Vila-Matas, ne Il viaggio verticale, racconta cosa succede quando un uomo che ha avuto tutto scopre di non aver capito niente
“La linea orizzontale ci spinge verso la materia. Quella verticale verso lo spirito”. Chi sa che Franco Battiato non avesse in mente le pagine di Enrique Vila-Matas quando ha scritto i versi di Inneres Auge. Nessuno, per quanto ne sappiamo, glielo ha mai domandato. E poco importa. Del resto, Il viaggio verticale dello scrittore spagnolo era già in libreria da un decennio quando il cantautore siciliano ha dato alla luce il suo brano. Sia come sia, tra i due testi c’è una differenza enorme: Battiato orienta la sua ricerca verso l’alto, Vila-Matas, per Federico Mayol, il protagonista del racconto, sceglie un traiettoria verticale, sì, ma clamorosamente spinta verso basso.
Il romanzo,– tra i più narrativi di Vila-Matas – racconta la caduta di un uomo che aveva tutto e scopre, improvvisamente, che quel tutto era quasi niente. Una rivelazione che innesca una discesa, non un’ascesa, come unica via di conoscenza di sé. È un romanzo che rovescia la formazione in destrutturazione, e proprio da lì fa nascere l’unica verità disponibile per Mayol: quella di essere sempre stato solo e sconosciuto a se stesso.
Federico Mayol: dal successo al crollo
Il romanzo, attualmente fuori catalogo, è edito in Italia da Voland, con traduzione di Simone Cattaneo.
Federico Mayol ha settant’anni e un’esistenza apparentemente impeccabile: ex militante nazionalista, imprenditore catalano di successo, padre di tre figli e marito fedele da decenni. Tutto procede secondo copione, finché — il giorno dopo le nozze d’oro — la moglie lo caccia di casa senza preavviso.
Il vuoto dietro la facciata
Eppure, dietro quella facciata fatta di soldi, prestigio sociale e traguardi consolidati, c’è il vuoto. Un’affermazione grigia, alla resa dei conti, con legami che si rivelano fragilissimi: i figli non lo riconoscono e il suo intero mondo si sgretola in pochi giorni. A fine corsa, Mayol è costretto a ricostruirsi da zero, proprio nel momento in cui, teoricamente, non dovrebbe esserci più nulla da imparare.
Un’odissea senza Itaca
Il titolo non è un mero ornamento. Nelle pagine de Il viaggio verticale, il percorso di Federico Mayol si sviluppa sì lungo una traiettoria geografica che da Barcellona punta a sud, verso il Portogallo, ma il vero spostamento, come già accennato, è di tutt’altra natura: una linea verticale diretta verso il basso, una picchiata dritta nel proprio abisso interiore. Si parte dal materialismo più assoluto per cercare, quasi senza saperlo, una forma di coscienza superiore. Non c’è andata e ritorno in questo cammino: siamo di fronte a un’odissea senza Itaca. E proprio per questo, drammaticamente perfetta.
I quattro nuclei tematici del romanzo
Un percorso che si irradia attraverso quattro nuclei tematici fondamentali: il peso della vecchiaia e della solitudine, segnato dal dolore di dover accettare un declino che fatica ad accettare; il fallimento che arriva dopo il successo, a dimostrare quanto l’illusione dell’agiatezza possa sgretolarsi in un istante; la crisi d’identità profonda, che esplode quando i ruoli familiari e sociali smettono improvvisamente di reggere; e infine il viaggio esistenziale, inteso contemporaneamente come fuga nello spazio e discesa radicale dentro di sé.
Mayol è convinto di conoscersi, di capirsi. Ma è un’illusione. È la condizione umana per antonomasia: la presunzione di decifrare tutto e tutti, mentre in realtà non comprendiamo niente né nessuno.
Chi è Enrique Vila-Matas
Enrique Vila-Matas (Barcellona, 1948) è autore di un’opera narrativa vasta, provocatoria e personalissima, in cui spiccano, oltre a Il viaggio verticale, titoli come Storia abbreviata della letteratura portatile, Suicidi esemplari e Bartleby e compagnia, affiancati da numerose raccolte di articoli e saggi. Fenomeno di assoluta originalità nel panorama letterario spagnolo, tradotto in sedici lingue, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Flaiano nel 2006 e il Premio Rómulo Gallegos, il più importante riconoscimento della narrativa in lingua spagnola.
Una scrittura ibrida tra verità e invenzione
La sua opera – fa eccezione in certa misura proprio Il viaggio verticale – è ibrida per costituzione: mescola i generi, scardina le convenzioni e fa della letteratura la materia stessa della narrazione, mossa dalla consapevolezza che si scrive sempre a partire da qualcun altro. Un tratto distintivo di questa scrittura è il gioco spregiudicato con le citazioni, che possono essere reali o inventate, al punto che spesso diventa impossibile distinguerle. L’autore mette parole proprie in bocca ad altri scrittori o modifica quelle altrui senza preavviso, trascinando il lettore in un territorio in cui la fonte si confonde con l’artificio.
Tra sponda europea e orizzonti latinoamericani
Radicato geograficamente a Barcellona ma nutrito dalle grandi tradizioni del Novecento, Vila-Matas si muove agevolmente tra la sponda europea e quella latinoamericana. Autori come Cortázar, Borges o Kafka tornano come coordinate essenziali, mai ridotte a mere esibizioni di erudizione. D’altronde, chi lo ascolta raccontare — come notano i suoi lettori più affezionati — sperimenta la stessa vertigine: l’impossibilità di capire dove finisca la realtà e dove cominci l’invenzione.
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