American Dust, prima che il vento si porti via tutto

In American Dust un colpo di fucile spezza in due la vita di Whitey: trent’anni dopo, tornarci significa riattraversare un’America scomparsa

C’è un momento preciso in cui tutto cambia nella vita di Whitey, il protagonista di American Dust di Brautigan (Minimum fax, traduzione di Luca Briasco). È il giorno in cui, sparando alle mele con un fucile calibro .22, colpisce per errore e uccide il suo migliore amico. Le cartucce le aveva comprate rivendendo vuoti di bottiglia — soldi che avrebbe potuto spendere per un hamburger, e invece no.

Quell’istante, datato 17 febbraio 1948, è il punto da cui parte l’intero romanzo. A raccontarlo è lo stesso Whitey ormai adulto: ha quarantaquattro anni, siamo nell’agosto del 1979, e passa le giornate con “l’orecchio premuto sul passato, come se fosse il muro di una casa che non esiste più”.

Tre epoche, un’unica ferita

La struttura di American Dust non segue una linea diritta. Tre momenti si intrecciano continuamente. Estate 1947: Whitey guarda un furgone carico di mobili vecchi arrancare lungo un lago al tramonto. Primavera 1940: ancora bambino, osserva da una finestra il funerale di un coetaneo, e si ripromette di non fare mai quella fine. Poi il 1979, il presente della narrazione, da cui parte tutto il racconto.

Il libro esce negli Stati Uniti nel 1982. Brautigan, a quel punto, è ormai lontano dai successi dei suoi primi romanzi. Depressione e alcolismo lo hanno già segnato in profondità. Racconta comunque, saltando tra epoche diverse, l’adolescenza di Whitey: tredici anni, senza padre, nell’Oregon del dopoguerra. Un quadro che, in una certa misura, tradisce l’esperienza personale dell’autore.


Il titolo e la polvere americana

Il titolo italiano nasce da un’immagine presente nel romanzo: “Prima che il vento si porti via / Questa polvere… polvere americana”. È una polvere strana, quella descritta nel libro: si posa su ogni cosa lasciando dietro di sé un senso di tristezza, ed è capace di sopravvivere tanto al vento quanto ai disastri della guerra. Il paradosso arriva alla fine: a spazzarla via per sempre non saranno le tempeste, né tantomeno una crisi economica. Sarà, semmai, il contrario di tutto questo — il benessere, quando arriverà davvero.

Una scrittura che ride mentre ferisce

Il tono di American Dust resta comunque sorprendentemente vitale e carico di ironia, nonostante il peso della materia trattata. Brautigan scrive alternando momenti di introspezione a episodi quasi da racconto esagerato, giocando su un registro fatto di storie improbabili narratae con la faccia seria. Immagini spericolate, osservazioni che sembrano ingenue mentre non lo sono affatto, dialoghi che virano nel surreale: il lettore si ritrova a sorridere proprio nei momenti più delicati, senza che questo attenui il colpo.

Quella leggerezza apparente convive con frasi di tenerezza quasi inaspettata, capaci di ammorbidire la malinconia di fondo senza mai cancellarla. Il risultato è la voce di un adulto che parla ancora con gli occhi di un bambino — uno che, nonostante miseria, vecchiaia, solitudine e morte, non ha smesso del tutto di sognare.

Un lago, un divano, un mondo che sparisce

Tra i personaggi secondari, alcuni restano impressi più di altri: guardiani di segherie sempre ubriachi, bambine cresciute nell’agenzia di pompe funebri dei genitori, famiglie che traslocano ogni sei mesi da una roulotte all’altra.

C’è però un episodio che si ripete più volte, diventando quasi un rito comico del romanzo: una coppia che ogni sera si reca al lago per pescare, portandosi dietro l’intero arredamento di casa — divano, tavolo, cucina, lampade comprese. Il lago, non a caso, è uno dei luoghi centrali della vita del giovane protagonista, e in più di una lettura è stato interpretato come uno specchio dell’infanzia dello stesso Brautigan.

Osservando quella coppia seduta comodamente sul proprio divano in riva all’acqua, il ragazzo protagonista si convince che quella scena assomigli a una fiaba con il lieto fine, incastonata nel lato più oscuro dell’America del dopoguerra — un’epoca precedente all’arrivo della televisione, quando le persone inventavano ancora da sole le proprie storie invece di restare chiuse in casa a guardarle raccontate da altri. All’epoca, riflette il narratore, la gente coltivava un’immaginazione propria e cucinava con le proprie mani; oggi, invece, i sogni sembrano confezionati in serie lungo le strade americane, tra insegne di catene di ristoranti.

L’ombra che precede la fine

Il romanzo si legge con una malinconia di fondo, difficile da scrollarsi di dosso. Mentre si scorrono le pagine, torna in mente un’altra data: 16 settembre 1984, domenica pomeriggio, il giorno in cui Brautigan si tolse la vita con un colpo di fucile, nella sua casa di Bolinas, in California. Gli stessi anni trascorsi tra depressione e alcol tornano a galla, e proiettano un’ombra all’indietro su ogni pagina di American Dust.

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