Prendere sul serio l’assurdo: La sinagoga degli iconoclasti di Wilcock

Ne La sinagoga degli iconoclasti Wilcock racconta scienziati, utopisti e registi mai esistiti con un rigore da enciclopedia, e la follia diventa humor nero

Il regista catalano Llorenz Riber, che a Oxford mise in scena Wittgenstein, morì divorato da un leone presso Fort Lamy, nel Ciad, il 23 settembre 1958, in circostanze finora rimaste misteriose. Un destino bizzarro per un regista, se non fosse che Riber non è mai esistito: lo inventò Juan Rodolfo Wilcock, che sul “Mondo” di Pannunzio recensiva spettacoli mai andati in scena perché a teatro si annoiava. Dalle cronache del settimanale Riber passò poi ne La sinagoga degli iconoclasti, il libro che Adelphi pubblicò nel 1972, dove è una delle trentasei voci biografiche. Di vite impossibili come la sua, registrate con il rigore di un enciclopedista, è fatto tutto il libro.

Di cosa parla La sinagoga degli iconoclasti

La Sinagoga degli iconoclasti mette in fila trentasei vite che seguono tutte la stessa traiettoria: si parte da una base solida, una scienza o una disciplina dall’aria seria, se ne traggono fino in fondo le conseguenze e si arriva, senza scomporsi, alla follia. Il catalogo gira per continenti ed epoche. Juan Valdés y Prom, filippino dalle facoltà telepatiche fuori dal comune, scatenò crisi di glossolalia tra gli illustri partecipanti a un congresso alla Sorbona. Aaron Rosenblum, utopista, concepì nel 1940 il progetto di far tornare l’umanità all’età elisabettiana. Hans Hörbiger, ingegnere viennese, è il padre della Dottrina del Ghiaccio Cosmico, Yves de Lalande fu il primo a produrre romanzi su scala industriale e Carlo Olgiati firmò un’opera intitolata Metabolismo storico.

Humor nero in forma di enciclopedia

A raccontare è una sola voce, quella del narratore: impassibile come quella di un’enciclopedia, eppure allucinata. L’effetto è straniante. Pagina dopo pagina, le biografie sfidano il buon senso. Charles Wentworth Littlefield, chirurgo, fa cristallizzare con la sola forza di volontà il sale da cucina in forma di pollo; Socrates Scholfield brevetta un apparecchio per dimostrare l’esistenza di Dio. Il lettore resta sospeso tra lo sconcerto e il riso.

Per Pasolini ciò che dà al libro “un così forte sentimento di realtà” è “soprattutto il surrealismo”. Wilcock prende le idee più stravaganti dei suoi eroi e le affida a una scrittura onirica e comica: è proprio sul surrealismo, secondo Pasolini, che investe “la vena comica con cui rende accettabile la patetica malvagità che gli fa identificare tutto il mondo con l’inferno”.

Roberto Bolaño lo lesse in un inverno freddo e umido, in giorni in cui tutto faceva presagire solo tristezza, e ne scrisse così: “Il libro di Wilcock mi restituì l’allegria, come riescono a farlo solo i capolavori della letteratura che sono al tempo stesso capolavori dello humour nero, come gli aforismi di Lichtenberg o il Tristram Shandy di Sterne”. Wilcock stesso, nell’intervista televisiva Un’ora con Rodolfo Wilcock (Rai, 1973), lo definì una collezione di scienziati fasulli presi “abbastanza sul serio”, perché nella storia della scienza anche i più grandi filosofi hanno proposto teorie sull’orlo del ridicolo.

Biografie vere e inventate: da Schwob a Bolaño

Una nota conclusiva dell’autore confonde ancora le acque. Alcune biografie derivano da testi attendibili, come Nel nome della scienza di Martin Gardner (1957), altre da persone realmente esistite, compreso un bisnonno italiano di Wilcock. Distinguere il documentato dall’inventato diventa difficile.

Quanto ai modelli, la Sinagoga degli iconoclasti si colloca nel solco delle Vite immaginarie di Marcel Schwob, brevi biografie scritte con il distacco scrupoloso di un erudito. Non sappiamo se esista un nesso diretto tra il lavoro di Wilcock e quello di Vila-Matas, ma anche Bartleby e compagnia si inscrive in qualche modo nel solco di Wilcock: la maggior parte delle biografie degli autori citati è inventata, così come gli autori stessi, e molte citazioni sono riscritte da Vila-Matas per piegarle alle esigenze del libro, generando un sistema di rimandi giocoso in cui è impossibile distinguere la realtà dall’invenzione. Dalla Sinagoga prese le mosse anche Roberto Bolaño per La letteratura nazista in America.

Wilcock e la traduzione

Madrelingua spagnola, quando si trasferì in Italia Wilcock scelse di scrivere in italiano. Per lui le traduzioni erano “merce avariata”: come spiegò, “una merce avariata che si vende soltanto perché l’originale ha successo. Chi può accontentarsi di questo surrogato, o vuole accontentarsene, faccia pure”. Tradusse a lungo, ma, per sua stessa ammissione, soprattutto per guadagnarsi da vivere all’estero. Leggeva gli autori nella lingua originale e rinunciava a quelli che non poteva leggere così: i russi, per esempio, non li lesse mai, perché non aveva imparato il russo.

La sua diffidenza verso le traduzioni nasceva anche da confronti concreti. Con il figlio mise a confronto tre versioni di Anna Karenina, scoprendo che uno stesso dialogo poteva assumere significati diversi. Per Wilcock, chi legge Tolstoj in una versione legge un Tolstoj diverso da chi lo legge in un’altra. Eppure, riconosceva che i grandi autori riuscivano a lasciare qualcosa di sé anche attraverso traduzioni orribili. Il problema era lo stile, ciò che più difficilmente sopravvive al passaggio da una lingua all’altra.

Wilcock contestava le “grandi illusioni sulla possibilità di conoscere davvero la letteratura degli altri paesi” e riteneva preferibile leggere pochi autori fondamentali di ciascuna letteratura, magari quattro o cinque, ma in lingua originale. La sua riflessione arrivava al cuore della questione: “la poesia è ciò che non si può tradurre”. Gli autori valgono quando sono poeti e, se la poesia è rimasta per strada, se è andata perduta, “è finita”. Per Wilcock, infatti, è proprio la poesia a distinguere un’opera letteraria da un semplice testo: se nella traduzione va perduta, rischia di scomparire ciò che rende quel libro unico.

Il critico teatrale che inventava gli spettacoli

Il gusto per l’invenzione, in Wilcock, non si esauriva nei libri. Quando prese il posto di Nicola Chiaromonte come critico teatrale del “Mondo”, il teatro lo annoiava: gli spettacoli da recensire se li inventava. Per anni firmò i pezzi sia col proprio nome sia con quello di Matteo Campanari: sotto la propria firma attaccava spesso le idee di Campanari, che replicava battagliero. A Campanari toccavano anche le recensioni delle regie di Riber, così che un critico immaginario giudicava un regista immaginario, in polemica con il loro comune creatore. Per Calasso le costruzioni fantastiche di Wilcock erano, in qualche misura, la sua realtà di ogni giorno.

Chi era Juan Rodolfo Wilcock

Wilcock arrivò a Roma negli anni Cinquanta come scrittore argentino. A Buenos Aires, tra il 1941 e il 1942, era entrato in contatto con Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo. Di Borges fu un ammiratore profondo: lo ricordò come “il genio totale, ozioso e pigro”. Il loro rapporto non era quello di un autore che sottopone i propri testi al maestro. Eppure, in un’intervista, Wilcock si compiacque di dire che Borges conosceva a memoria alcuni suoi versi. Laureato in ingegneria, padroneggiava quattro lingue.

Divenne cittadino italiano soltanto dopo la morte e fu poi dimenticato, per il carattere schivo e per la scarsa indulgenza verso la mediocrità della borghesia dell’epoca. In spagnolo i suoi romanzi italiani arrivarono solo negli anni Novanta. Secondo Calasso la fama di Wilcock avrebbe potuto riaffacciarsi in Italia partendo dall’estero, magari dalla Francia.

La sinagoga degli iconoclasti di J. Rodolfo Wilcock, Adelphi.

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