Solenoide di Mircea Cărtărescu: perché immergersi in questo capolavoro

Tra filosofia, matematica e realtà distorte: viaggio nell’opera monumentale che sfida le convenzioni della narrativa contemporanea.

C’è un sospetto che accompagna molti lettori quando si avvicinano a un libro di oltre 900 pagine privo di una trama riconoscibile: la paura di annoiarsi, di perdersi, di non “arrivare da nessuna parte”. Solenoide di Mircea Cărtărescu (Il Saggiatore, 2021, traduzione di Bruno Mazzoni) ribalta questa aspettativa, e lo fa proprio sfruttando ciò che potrebbe sembrare un limite.

Il lettore come esploratore, non come spettatore

Molta narrativa contemporanea è costruita per essere consumata: capitoli brevi, colpi di scena calibrati, una tensione che spinge avanti pagina dopo pagina. Cărtărescu, con Solenoide, fa l’opposto. Il suo libro chiede tempo, richiede di accettare digressioni, ripetizioni, ritorni su dettagli apparentemente minori. Non è un romanzo che si “segue”: è un romanzo in cui si entra, un po’ come si entra in un edificio sconosciuto di cui non si conosce la pianta.

Questo approccio, che potrebbe sembrare fuori sincrono con i ritmi di lettura odierni, in realtà risponde a un bisogno opposto e altrettanto contemporaneo: quello di un’esperienza immersiva, totalizzante, che non si limiti a intrattenere ma che proponga un modo diverso di stare nel testo. In un’epoca di contenuti brevi e frammentati, un libro che pretende settimane di lettura concentrata diventa quasi un atto di resistenza – e per molti lettori, proprio per questo, un’esperienza preziosa.

Un protagonista qualunque, in un mondo che non lo è

Il narratore è un insegnante anonimo in una Bucarest grigia degli anni Ottanta, schiacciato da una vita fatta di abitudini e piccole frustrazioni. Esteriormente non ha nulla dell’eroe: nessun gesto memorabile, nessuna posizione di rilievo, una routine fatta di tram e correzioni di compiti.

Ma sotto questa superficie scorre un mondo interiore di straordinaria densità. Le sue notti sono occupate da un’indagine quasi ossessiva sulla natura della realtà, condotta attraverso enigmi matematici, ipotesi filosofiche, intuizioni che sfiorano il delirio senza mai diventarlo del tutto. È un personaggio che vede di più, che sente di più, che si pone domande che il resto del mondo attorno a lui ha smesso di farsi.

È proprio questo scarto – tra l’anonimato della sua condizione sociale e la ricchezza inquieta della sua vita interiore – a generare la tensione del romanzo. Quando la realtà attorno a lui comincia a incrinarsi, non è uno shock dall’esterno che si abbatte su un personaggio impreparato: è piuttosto come se quella percezione amplificata, coltivata per anni in solitudine, trovasse finalmente conferma – o forse semplicemente spazio per manifestarsi.

Le figure che popolano la fuga

Attorno al protagonista si muove una galleria di personaggi che funzionano quasi come guide verso l’altrove che lui cerca. C’è un matematico che lo introduce a teorie e intuizioni ai limiti della comprensione comune; ci sono i membri di un gruppo dai contorni quasi settari, che organizza singolari rituali collettivi nei cimiteri della città, come forma di resistenza simbolica contro l’idea stessa della morte; e c’è Irina, la figura affettiva che inserisce, in questo paesaggio mentale così denso, una componente emotiva altrettanto forte.

Nessuno di questi personaggi è secondario nel senso tradizionale: ognuno rappresenta una via d’accesso diversa alla stessa ossessione del protagonista, quella di trovare una crepa nella normalità. È come se Cărtărescu costruisse attorno al suo insegnante anonimo una piccola costellazione di compagni di viaggio, ciascuno portatore di un pezzo di mappa verso un territorio che nessuno di loro, da solo, potrebbe raggiungere.

Non sorprende che, parlando di Solenoide, tornino spesso nomi come Kafka, Borges, Pynchon, Bolaño: non tanto per somiglianze di trama, quanto per un’affinità di sguardo — l’idea che la realtà quotidiana sia una sorta di cospirazione silenziosa, un accordo tacito che la maggior parte delle persone non si sogna nemmeno di mettere in discussione. Solenoide si inserisce in questa linea, ma con una radicalità tutta sua: non si limita a suggerire che esista un’altra realtà, la mette in scena, pagina dopo pagina, fino a farla diventare quasi più concreta di quella che abbiamo lasciato all’inizio del libro.

Oggetti che diventano segnali

Un aspetto che colpisce, leggendo Solenoide, è il modo in cui certi oggetti banali — una poltrona, un mobile, un dettaglio architettonico — acquistano col tempo un peso specifico, quasi diventassero dei segnali ricorrenti per il lettore attento. Non si tratta di simboli espliciti, spiegati o commentati: è il lettore stesso, accumulando pagine, a notare che “quella cosa” è già apparsa, in un contesto diverso, con un’eco diversa.

Questo meccanismo – che potremmo chiamare memoria del lettore, più che simbolismo dell’autore – è forse uno degli aspetti più moderni del romanzo. Non c’è una chiave di lettura univoca da scoprire, ma una rete di rimandi che ognuno ricompone a modo suo, in base a cosa ha notato e cosa gli è rimasto impresso.

Un libro che resiste al riassunto

Forse la ragione più semplice per cui Solenoide continua a essere letto, discusso, consigliato, è che resiste a ogni tentativo di sintesi. Chi lo ha letto fatica a spiegarlo a chi non lo ha letto: la trama, se isolata, sembra poca cosa; sono invece la lingua, il ritmo, l’accumulo di dettagli a fare la differenza.

In questo, forse, sta il suo valore più duraturo: non come libro “da consigliare” in poche righe, ma come esperienza che richiede di essere vissuta in prima persona — e che, una volta vissuta, lascia un segno difficile da tradurre in parole.

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