Shortlist Booker Prize 2026: sei libri che non si somigliano in niente

Da 163 candidature a sei finalisti: la shortlist del Booker Prize 2026 scelta dalla giuria di Mary Beard spazia dalla distopia alla satira accademica

Un uomo chiuso dentro una borsa di pelle nera in fondo a un’aula universitaria. Un uomo ucciso a Kingston, nel 1988, in un’aggressione omofoba. Un re medievale che non voleva il trono. La shortlist Booker Prize 2026 mette insieme sei libri che non hanno niente in comune, scelti tra 163 candidature e passati prima per la Booker Dozen di tredici titoli.

A decidere è una giuria presieduta da Mary Beard, classicista, scrittrice e conduttrice. Con lei siedono il poeta ed educatore Raymond Antrobus, il musicista e scrittore Jarvis Cocker, la giornalista e critica Rebecca Liu, e la romanziera e saggista Patricia Lockwood, che al Booker era già arrivata in finale da autrice.

Il nome del vincitore si saprà lunedì 9 novembre 2026, a Old Billingsgate, Londra. In palio 50.000 sterline. A ciascuno degli altri cinque finalisti vanno 2.500 sterline. Il premio esiste da oltre cinquantacinque anni e ha contribuito a definire il canone della narrativa in lingua inglese: concorrono opere di qualsiasi nazionalità, purché scritte in inglese e pubblicate nel Regno Unito o in Irlanda tra il 1° ottobre 2025 e il 30 settembre 2026.

Dalla distopia alla satira accademica

La sestina non ha un baricentro di genere. C’è la distopia, c’è il realismo contemporaneo, c’è la satira accademica, c’è la narrativa storica. Generi che di solito non si parlano.

Quello che li accomuna sta altrove, e lo dice la presentazione ufficiale della shortlist. Tutti e sei chiedono cosa significhi essere umani in un mondo in continua evoluzione, e guardano alle comunità e agli eventi che ci forgiano. Ricorrono i legami familiari, l’identità, la vergogna, l’amore, la solitudine, la sopravvivenza. E l’impossibilità di conoscere fino in fondo un’altra persona.

Intimi ed epici insieme, personali e politici. La descrizione ufficiale li definisce commoventi, dal ritmo incalzante, divertenti, violenti, intriganti, terrificanti e carichi di speranza. Un elenco che sembra contraddittorio, e probabilmente lo è: sono sei libri diversi.

I sei finalisti, uno per uno

The End of Everything di M. John Harrison

The End of Everything (Serpent’s Tail) è un’avventura post-apocalittica. Phillip Tennent raccoglie sulla battigia ciò che la Manica porta a riva, in un’Europa ormai perduta e in un mondo dove il governo funziona a malapena, finché non ripesca un oggetto che continua a mutare e che deve portare nell’entroterra.

The Disappearers di Marlon James

The Disappearers (Hamish Hamilton) segue otto uomini gay che a Kingston, nel 1988, provano uno spettacolo teatrale. Sono estranei tra loro e ciascuno ha le sue ragioni per essere lì. Una notte una folla li aggredisce e ne uccide uno: chi sopravvive deve fare i conti con la violenza, e qualcuno invoca vendetta.

Black Bag di Luke Kennard

Black Bag (John Murray) porta un attore disoccupato dentro una borsa di pelle nera oversize, seduto in fondo a un’aula universitaria per conto del dottor Blend, che studia le reazioni degli studenti. Il lavoro si complica quando una docente di studi postumanisti si chiede se si possa amare qualcuno nascosto dentro una borsa nera.

May We Feed the King di Rebecca Perry

May We Feed the King (Granta) alterna due vite. Una curatrice museale che allestisce stanze di edifici storici, e il re quasi dimenticato che finisce per ossessionarla: un sovrano riluttante, salito al trono dopo la morte dei fratelli maggiori, che a corte cominciano a giudicare inadatto.

The Things We Never Say di Elizabeth Strout

The Things We Never Say (Viking) racconta Artie Dam, insegnante di storia al liceo, trent’anni di matrimonio alle spalle e una barca a vela nella baia del Massachusetts. Dentro, l’isolamento e una domanda fissa: come facciamo a sapere così poco gli uni degli altri? Poi scopre che la vita gli ha tenuto nascosto un segreto.

John of John di Douglas Stuart

John of John (Picador) riporta John-Calum Macleod sull’isola di Harris, con pochi soldi e studi d’arte che non hanno prodotto molto. A casa non è cambiato niente, tranne lui: restano il padre John, allevatore di pecore e pilastro della chiesa presbiteriana, e la nonna Ella, arrivata da Glasgow, che con il genero tiene da decenni una pace fragile.

Quattro paesi, due ex vincitori, tre esordienti in shortlist

Gli autori arrivano da Inghilterra, Scozia, Giamaica e Stati Uniti.

Tra loro due che il Booker lo hanno già vinto: Marlon James e Douglas Stuart. E Elizabeth Strout, alla terza candidatura senza mai aver portato a casa il premio.

L’altra metà della lista non era mai arrivata così in alto: tre dei sei finalisti compaiono per la prima volta in assoluto in una shortlist del Booker Prize. Su sei posti, tre vanno a chi il premio non l’ha mai nemmeno sfiorato.

Una risposta a “Shortlist Booker Prize 2026: sei libri che non si somigliano in niente”

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