Ne L’osceno uccello della notte un padre rinchiude il figlio deforme in una tenuta popolata di creature come lui, convinto che il muro tenga
Esiste un posto, ne L’osceno uccello della notte di José Donoso, dove la deformità è la normalità. Si chiama Rinconada, è la tenuta di famiglia degli Azcoitía, e viene trasformata in un mondo chiuso, popolato apposta di creature mostruose, perché un bambino cresca senza scoprire di essere diverso.
Quel bambino si chiama Boy. È il primogenito di don Jerónimo de Azcoitía — gentiluomo cileno, gioventù trascorsa a Parigi, una candidatura conservatrice al parlamento alle spalle — e di Inés, la moglie con cui aveva a lungo faticato ad avere figli. Alla nascita si scopre la deformità mostruosa del bambino. Inés esce di scena quasi subito: prima Roma, poi un sanatorio in Svizzera.
Chi costruisce il recinto
Il progetto ha bisogno di un esecutore. Don Jerónimo lo trova nel proprio segretario, Humberto, che nel libro tutti chiamano il Mudito. Tocca a lui riempire la Rinconada di corpi deformi quanto quello di Boy, così che al figlio non arrivi mai la notizia che esistano altre facce, altre proporzioni, un altro mondo oltre il muro.
I recinti hanno una tendenza documentata a crollare, o a essere scavalcati da qualcuno che non resiste alla curiosità. L’osceno uccello della notte racconta anche questo: il momento in cui l’architettura cede.
Chi racconta, e da dove
Perché è Humberto a raccontare tutto questo — e non lo fa dalla Rinconada. Nel presente del romanzo si chiama il Mudito, fa il portinaio in un ex convento di clausura diventato ricovero per una quarantina di vecchie, cinque orfane e tre monache, ed è muto e sordo. La Rinconada è memoria, guardata da lì.
Tra un punto e l’altro c’è tutto il libro. Figlio di un maestro di scuola ossessionato dall’insignificanza della famiglia, cresciuto con la consegna di diventare qualcuno, Humberto scrive un libro e chiede a Jerónimo di finanziarne la pubblicazione: da lì il posto di segretario, e da lì una perdita progressiva di sé che arriva fino all’Imbunche, la creatura del folklore di Chiloé cucita negli orifizi e ridotta a cosa. Donoso l’ha spiegata così: l’essere umano ridotto a cosa da altri, per il loro godimento e sfruttamento.
Il romanzo che si sottrae
Chi cerca in queste pagine il realismo magico degli anni Sessanta rischia di rimanere deluso. Il libro esce nel 1970 e prende una direzione diversa. Per Vargas Llosa, è stato decisivo nel modernizzare la tradizione narrativa latinoamericana.
La narrazione non ha un centro stabile. Le voci si moltiplicano e si trasformano, quello che è successo e quello che è stato immaginato si mescolano senza che il lettore possa separarli con certezza. Attraverso quella struttura instabile passano i temi che tengono in piedi il romanzo: il potere e l’identità, il limite e la trasgressione, la norma e l’eccezione.
Una riscoperta internazionale
In Italia il libro era arrivato nel 1973. Ci torna il prossimo 22 settembre – grazie a Feltrinelli – nel trentesimo anniversario della morte di Donoso, in una traduzione nuova curata da Francesca Lazzarato: un’occasione per i lettori italiani di misurarsi ancora con uno dei testi più maggiori del Novecento.
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