Nella carne di David Szalay: la vita come un laconico «Okay»

Il minimalismo brutale di David Szalay racconta l’indifferenza del destino in “Nella carne”

Con Nella carne (Adelphi, 2025), David Szalay conferma il suo stile crudo e minimale, già apprezzato in Tutto quello che è un uomo. La vicenda segue István dall’adolescenza fino alla mezza età, mantenendo costante il suo isolamento psicologico. La sua vita si intreccia inevitabilmente con i grandi cambiamenti storici: il crollo della Cortina di ferro, la seconda guerra del Golfo, l’ingresso dei Paesi ex sovietici nell’Unione Europea e le incertezze dell’era pandemica.

Una parabola senza eroismo

La vita di István è una serie di spostamenti forzati. Dalla tragedia violenta che segna la sua relazione giovanile con una vicina più matura, passa attraverso l’esperienza del servizio militare per arrivare allo sradicamento definitivo dall’Ungheria verso Londra. In terra britannica, il protagonista affronta una vertiginosa ascesa sociale che non porta però ad alcun appagamento, fino al ritorno malinconico e stoico nella città d’origine. Non c’è traccia di ambizione o gloria nelle sue azioni. Al contrario, István è un uomo alla deriva, manovrato dalle oscillazioni dell’economia globale, dalla politica estera interventista e dalle spinte materiali di chi gli sta intorno.

L’impassibilità come difesa

Col passare degli anni, la sua natura evolve. Quella che in gioventù appariva come un’ingenuità distaccata, si trasforma in una rassegnazione quasi inquietante. István diventa un fantasma che abita i margini della propria esistenza, alienato dai propri desideri al punto da non percepirsi più come protagonista. La sua unica arma contro ogni evento, dal più fortunato al più tragico, è il laconico «Okay». Questa risposta non è un segnale di debolezza, ma l’accettazione lucida di una realtà segnata dalla fredda indifferenza del destino.

La disciplina del minimalismo

Szalay scrive con la precisione di un chirurgo. In 330 pagine, l’autore evita ogni commento, optando per una serie di schizzi rapidi che suggeriscono solo lo stretto necessario. La prosa è brutale, ridotta all’osso, e i dialoghi sono scambi staccati che raramente esplodono. Questa architettura narrativa lascia al lettore il compito di interpretare il silenzio e la desolazione di un personaggio che ha scelto, o forse è stato costretto, a solcare il tempo senza illusioni.

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