Kolchoz di Emmanuel Carrère arriva in Italia con Adelphi il 5 maggio 2026: 407 pagine per ripercorrere la storia di una donna straordinaria e del figlio che le chiude gli occhi.

C’è una parola russa al centro di questo libro: kolchoz. Era il nome che la madre di Emmanuel Carrère aveva dato a un rito dell’infanzia — i tre fratelli che portavano i materassi nella camera dei genitori durante le assenze del padre, raccogliendosi intorno a lei in un abbraccio collettivo. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». Decenni dopo, quegli stessi tre fratelli ormai adulti ripeteranno quel gesto nella camera di un hospice, per trascorrere l’ultima notte accanto alla madre. Sarà Emmanuel a chiuderle gli occhi. E poco dopo inizierà a scrivere questo libro.
La storia di Hélène
Kolchoz è molte cose insieme. È il grande romanzo familiare in cui Carrère ricostruisce la storia — perigliosa, tormentata, avvincente come una saga — delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana. È il racconto di come la povera e orgogliosa Hélène Zourabichvili, dal cognome impronunciabile, sia diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e della Russia, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française.
Carrère e l’omaggio più alto
E infine è una dichiarazione d’amore — lucida, senza sconti — per una donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace e generosa. Carrère non nasconde le ombre della madre. Le rende invece l’omaggio più alto che uno scrittore possa tributare: trasformarla in un personaggio romanzesco straordinario. «Da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia».
Kolchoz esce il 5 maggio 2026 per Adelphi, nella collana Fabula, nella traduzione di F. Bergamasco. 407 pagine.








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