Una cronaca brutale e ironica che scardina i miti contenuti in Polvere di Piksi
Il calcio, in Polvere di Piksi, non è lo sport che tutti conosciamo. È il pretesto per raccontare la fine di un’era. Il romanzo di Barbi Marković — edito in Italia da Voland con la traduzione di Lucia Assenzi — usa il terreno di gioco per analizzare il collasso della Jugoslavia e le dinamiche spietate di una famiglia in frantumi.
Un rito fallimentare
Belgrado, 1989. Otto anni. Uno stadio assolato. Slobodan trascina la figlia Barbi a guardare quello che definisce il gioco più bello del mondo. Lei non ne vuole sapere. Il calcio le provoca solo insofferenza, fino allo svenimento. Per rianimarla, il padre ricorre a un gesto disperato: spargere sulla piccola la polvere sollevata dagli scarpini di Dragan Stojković, il leggendario Piksi. Il piano fallisce miseramente. Invece di diventare una tifosa, la bambina sviluppa una lucidità spietata. Diventa un genio della parola.
Smontare la retorica del campo
Il romanzo non accetta compromessi. La struttura mima la telecronaca, ma ne smonta le fondamenta. Niente retorica. Zero patetismo da bordo campo. Le gesta dei campioni perdono la loro aura di sacralità. Diventano frammenti di una realtà in pieno collasso. Il pallone non è più un collante sociale, ma un involucro vuoto che nasconde le crepe di una famiglia e di un intero Paese. La Jugoslavia sta per frantumarsi. Le persone sugli spalti non sanno ancora che il fischio finale segnerà l’inizio della loro fine. È un’opera che interroga il lettore sul senso di appartenenza, osservando una nazione che si scuce in tempo reale, guardando le azioni di gioco come fotogrammi di un declino.
Oltre il sentimentalismo di maniera
Non c’è nulla di più patetico del tentativo di tramandare una fede calcistica a chi, nel cuore, ha già deciso di essere altro. In questo libro, lo sport diventa il verbale di un fallimento annunciato. La narrazione scarta di lato, con la stessa imprevedibilità di un fuoriclasse che non sa dove finirà il suo dribbling. L’autrice seziona le ossessioni paterne e i riti di massa con una precisione chirurgica che diverte e al tempo stesso inquieta. Se cercate un romanzo sul calcio, guardate altrove. Se cercate una guida su come sopravvivere alla fine di un mondo — armati solo di ironia e di una lingua che rifiuta di piegarsi ai cori da stadio — Polvere di Piksi è il vostro manuale.
Il peso specifico dell’opera
Nata a Belgrado nel 1980, l’autrice vive a Vienna dal 2006. Il suo percorso spazia tra letteratura tedesca, teatro e radiodrammi. Nel 2024 ha conquistato il Premio della Fiera del Libro di Lipsia. Ha vinto nel 2025 il Fußballbuch des Jahres, riconoscimento assegnato alla migliore pubblicazione in lingua tedesca sul calcio. Polvere di Piksi ha già ispirato un adattamento teatrale. Segno che questa storia riesce a parlare a un pubblico vasto.







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