Michele Mari esplora l’ossessione del tempo e il cinismo dell’amicizia ne I convitati di pietra, finalista del Premio Strega.
Il destino di ciascuno è già scritto o siamo noi a forzare la mano alla sorte? Questo interrogativo attraversa le pagine di Michele Mari, che nel suo ultimo romanzo, intitolato I convitati di pietra, indaga le pieghe oscure di un gruppo di ex compagni di scuola. La vicenda ha inizio il 22 luglio 1975, quando la classe III A, durante una cena celebrativa per l’anniversario della maturità, sigla il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno.
Il patto prevede un versamento annuale di denaro destinato a crescere nel tempo, con una clausola brutale: la fortuna accumulata spetterà unicamente ai tre superstiti rimasti in vita. È l’inizio di una lenta erosione dei legami, dove il denaro agisce come un solvente corrosivo su anni di educazione ed esperienze condivise.
Un gioco al massacro tra memoria e disincanto
La narrazione trasforma il rito della cena di classe in una sfida in cui i protagonisti assumono il ruolo di giocatori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, “per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare”. Ogni anno, i partecipanti si riuniscono monitorando lo stato di salute dei compagni, trasformando rancori, amori passati e invidie adolescenziali in armi affilate e sempre pronte a colpire.
Il tempo scolastico, che solitamente cristallizza i volti e le abitudini, qui si incrina sotto il peso di una competizione spietata. La cifra accumulata diventa il motore immobile di una sfida dove la sopravvivenza non è più un dato biologico, ma una variabile economica da gestire, portando ogni convitato a osservare l’altro non più come amico, ma come ostacolo da superare.

L’ingranaggio narrativo di Michele Mari
Con I convitati di pietra l’autore costruisce un romanzo a orologeria che si spinge fino al 2050. La trama si dipana attraverso un intreccio di scommesse clandestine, sospetti reciproci e tentativi di aggirare le regole, dove il Caso gioca il ruolo del protagonista assoluto. Mari non rinuncia alle proprie cifre stilistiche, innestando nel racconto riferimenti al cinema, al fumetto e a un’accurata mania tassonomica, pur mantenendo ferma l’analisi sulla transizione tra l’immortalità percepita in gioventù e le inquietudini della vecchiaia.
Il risultato è un’opera che oscilla tra la nostalgia conviviale e la fredda consapevolezza del disincanto, ricordando al lettore una verità ineluttabile: «non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro». Il ritmo, serrato e preciso, riesce a mantenere alta la tensione, trasformando la lettura in una sorta di indagine investigativa sull’animo umano.
Il riconoscimento del Premio Strega Giovani
Il valore dell’opera ha trovato riscontro nel giudizio critico dei lettori più giovani. I convitati di pietra è stato insignito della tredicesima edizione del Premio Strega Giovani, conquistando le preferenze di una giuria composta da studenti tra i 16 e i 18 anni. La giuria ha premiato la capacità di Mari di indagare la crisi dell’identità collettiva, trasformando un legame scolastico in una lotta darwiniana.
Come sottolineato da Brando Mazzella, autore della migliore recensione al testo, «nei Convitati di pietra la narrazione diventa metafora di una lotta darwiniana mascherata da rito borghese – una classe liceale che cristallizza il proprio legame non nel sentimento, ma in una “riffa della morte” – costruendo un sistema in cui l’Altro è ridotto a variabile economica e il tempo un countdown verso un’accumulazione di capitale che nessuno potrà realmente abitare. L’opera si offre come una riflessione intensa sulla crisi dell’identità collettiva e sulla memoria come spazio di contesa spietata. Il significato profondo risiede nella constatazione che l’unico “tempo ritrovato” è quello di un’aula scolastica che continua a proiettare le sue ombre sul futuro».








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