Filosofia, vagabondi e un Veneto capovolto: i segreti dell’opera prima che ha sbaragliato i rivali al prestigioso Premio Italo Calvino
Le luci si sono appena spente nel salone del Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino. C’è un nome che rimbalza tra i velluti della sala. Filippo Canoro, con il suo testo intitolato “Il sogno di un altro”, si è preso lo scettro della XXXIX edizione del Premio Italo Calvino. Parliamo del palcoscenico più rovente e decisivo per le penne esordienti ancora prive di contratto editoriale nel nostro Paese. I giurati — un manipolo di pesi massimi composto da Maria Grazia Calandrone, Sebastiano Mondadori, Francesco Pacifico, Piergiorgio Paterlini e Nicoletta Verna — hanno dovuto spulciare i manoscritti per ore prima del verdetto. Dietro al vincitore si è consumata una battaglia all’ultima pagina. La giuria ha infatti voluto assegnare una prima menzione speciale a Niccolò Lepori per il testo “Perla”, lasciando poi spazio a due ulteriori riconoscimenti per Giorgia Testa, autrice di “Keiro”, e Annalisa Maniscalco con “Il notturnista”.
Il ritorno del picaro in una terra desolata e priva di riscatto
L’opera di Canoro devia dai binari della narrativa tradizionale. L’autore stesso ama definirlo un romanzo filosofico illustrato. La struttura ha radici antiche. Recupera e modernizza l’andamento spezzato e randagio del romanzo picaresco, un genere che si fonde senza attriti con le derive tipiche del viaggio on the road e con l’impianto del conte philosophique di stampo settecentesco. Questo meccanismo permette alla storia di fagocitare un’infinità di comparse e figure minori. Sono anime che arrivano dai mondi più disparati, senza l’ansia di dover incastrare a forza le loro vite in una trama geometrica. Al centro della scena si muove un classico trovatello spuntato dal nulla. Un viandante che attraversa e seziona un Veneto trasfigurato e spento. Lo sguardo del protagonista è freddo, fenomenologico, capace di restituire l’immagine di un territorio che appare a tutti gli effetti irredimibile. Per lui non c’è spazio per l’etica o per i grandi ideali. L’unico imperativo, grezzo e immediato, resta quello di sopravvivere finché la morte non decida di passare a riscuotere il conto.
Un registro linguistico che spacca le regole del tono medio
Il vero elemento di rottura si nasconde nella lingua. Canoro rifiuta programmaticamente la melassa del tono medio letterario, quella medietà espressiva che l’editoria industriale spesso impone. La sua scrittura scarta di continuo. Devia violentemente verso l’alto dello stile colto per poi precipitare, un attimo dopo, nel basso del fango gergale. Lo spiazzamento per chi legge è totale. Questa architettura testuale così complessa riflette la biografia mobile del vincitore. Nato a Pesaro nel 1995, il giovane scrittore oggi vive e lavora a Parigi.
Dalla Cina medievale alla ricerca informatica nelle università americane
I suoi studi si sono concentrati sulla letteratura cinese medievale, un bagaglio culturale eccentrico che si sposa con una viscerale passione per i computer. Canoro lavora infatti come ricercatore nell’intersezione tra informatica e discipline letterarie per un ateneo statunitense. Un’esistenza vissuta con la valigia in mano, tra soggiorni prolungati nel Regno Unito, in Cina e negli Stati Uniti. Prima di questo exploit piemontese, la sua firma era già apparsa su diverse riviste di settore con svariati racconti brevi. Molti di quei testi, nati come frammenti sparsi, sono stati poi plasmati e fatti confluire nella pancia del suo primo vero romanzo. Da quella materia grezza è nato il libro capace di stregare la giuria torinese.







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