Op Oloop di Juan Filloy: il romanzo che riporta in libreria il primo degli scrittori latinoamericani poco conosciuti

Un giudice di provincia, un romanzo proibito, un nome che mancava da troppo tempo: ecco perché tra gli scrittori latinoamericani poco conosciuti bisogna finalmente fare spazio a Filloy

Chi cerca scrittori latinoamericani poco conosciuti raramente si imbatte in Juan Filloy. Eppure Cortázar lo leggeva. Alfonso Reyes lo chiamò “progenitore di una nuova letteratura americana”. Un curriculum del genere, di solito, garantisce almeno una fila di scaffale. A Filloy no. Restò per decenni un autore di culto, letto da pochi, distribuito quasi in segreto. Ora Ago edizioni porta in Italia, per la prima volta nel 2024, uno dei suoi romanzi più feroci: Op Oloop, tradotto da Giulia Di Filippo.

Uno statistico, un metodo, una crepa

Buenos Aires, primi anni Trenta. Un finlandese trapiantato in Argentina ha ridotto la propria esistenza a un sistema di calcolo: nulla è lasciato al caso, ogni comportamento risponde a una regola fissata in anticipo. Nei giudizi non concede sfumature. Nei rapporti sociali resta cordiale, quasi cerimonioso — finché non si sente offeso: allora scatta la rivalsa, puntuale come tutto il resto. È l’uomo-metodo, quello che di se stesso ha fatto un protocollo.

Il 22 aprile 1934 questo protocollo si inceppa.

C’è una festa, quella del proprio fidanzamento ufficiale. C’è Franziska, la promessa sposa, che aspetta. E c’è un banale incidente in taxi, un contrattempo da nulla che in altre vite passerebbe inosservato. Nella testa di Op Oloop produce l’effetto opposto: il ritardo minimo diventa la prima crepa, poi la frattura che manda in pezzi l’intero equilibrio dello statistico. Ogni convenzione sociale che aveva difeso con ostinazione quasi militare salta in un colpo solo.

Chi era Juan Filloy

Nato a Córdoba nel 1894, morto nel 2000 a 105 anni, Filloy visse gran parte della vita a Río Cuarto, lontano dai salotti letterari di Buenos Aires. Faceva il giudice. Nuotava. Arbitrava incontri di boxe. Fondò una squadra di calcio, un golf club, un museo di belle arti. Nessuna traccia dell’intellettuale ombroso e ritirato: la sua vita sociale era, semmai, iperattiva.

Rifiutava gli editori. Li considerava interessati solo al profitto. Stampava i suoi libri in tirature minuscole, spesso 500 copie, destinate ad amici fidati. Una fissazione bizzarra lo accompagnò per tutta la carriera: prediligeva i titoli composti da sette lettere.

Debuttò nel 1930 con Periplo, raccolta di cronache di viaggio. Negli anni Trenta arrivarono tre romanzi chiave — ¡Estafen!, Op Oloop, Caterva — poi 28 anni di silenzio editoriale. Tornò a ottant’anni con La potra. Nel 1975 pubblicò Vil y vil, romanzo antimilitarista che la dittatura di Videla proibì, ma che Filloy riuscì a far sopravvivere sfruttando la propria abilità istruttoria da magistrato.

Ebbe uno scambio epistolare con Sigmund Freud. Fu amico di Miguel Ángel Asturias, Nicolás Guillén, Ernest Hemingway. Verso Borges nutriva invece un’aperta antipatia letteraria: gli rimproverava l’assenza di “quilombo”, di coiti, di sangue nelle sue pagine.

Un romanzo diviso in tre, e proibito per oscenità

Op Oloop si muove in tre blocchi. Nel primo, lo statistico precipita nel delirio. Scende da un autobus, sale su un taxi, ordina al tassista di girare in tondo intorno a una piazza. Alla fine della corsa gli sfugge una frase volgare, del tutto estranea al suo aplomb abituale. Arriva a casa del console — futuro suocero — e scatena il caos con discorsi sconclusionati e risate incontrollate. Un medico diagnostica uno shock nervoso, propone il manicomio. In realtà è solo amore. Ricambiato, per giunta.

Nel secondo blocco Op Oloop offre un banchetto ad amici eterogenei: un tecnico cinematografico, un controllore di volo, uno studente di medicina, un magnaccia. La conversazione spazia dalla filosofia al sesso, dai vini alle marche di sigarette. Ed è qui che rivela il vero motivo dell’invito: festeggiare il suo millesimo coito mercenario, meticolosamente annotato in un catalogo di incontri con prostitute, ciascuna descritta con la stessa freddezza clinica riservata ai dati statistici.

Il terzo blocco si svolge in un bordello. Op Oloop crede di incontrare una nuova arrivata svedese. È finlandese, invece. Figlia di una donna che lui aveva conosciuto anni prima. Il finale resta volutamente sospeso qui: raccontarlo oltre significherebbe rovinarlo.

Il libro venne proibito, giudicato pornografico e lesivo della morale corrente. Non stupisce: pochi autori dell’epoca avevano il coraggio di mettere sulla pagina tanta esplicitezza sessuale accanto a tanta erudizione filosofica.

La lingua come campo di battaglia

Mempo Giardinelli lo ha scritto senza mezzi termini: Filloy era già barocco quando nessuno, in America Latina, parlava ancora di barocco letterario. La sua prosa alterna registri lontanissimi tra loro — lessico filosofico elevato, citazioni da Baudelaire, Cervantes, Platone, Nietzsche, e subito dopo turpiloquio da bassifondi.

Non è un capriccio stilistico. È una dichiarazione di guerra al conformismo linguistico dei contemporanei, quelli che scrivevano “sterco” quando la scena richiedeva “merda”. Filloy rifiutava l’eufemismo come forma di ipocrisia letteraria. Scriveva come parlava la gente, senza filtri anacronistici.

Il risultato è una lettura difficile, densa, a tratti verbosa. Non un difetto: una scelta. Il motivo per cui Op Oloop resta, ancora oggi, opera di culto più che bestseller, il destino tipico di tanti scrittori latinoamericani poco conosciuti.”s

Perché recuperarlo oggi

Filloy ha influenzato Cortázar, che ne parla in Rayuela. Ha ispirato Marechal. Fu apprezzato anche da Saer. Nonostante questi riconoscimenti, e una candidatura al Premio Nobel per la Letteratura, il suo nome è rimasto per decenni fuori dai circuiti editoriali principali: distribuiva i libri lui stesso, tra amici fidati, diffidando degli editori.

Chi va a caccia di scrittori latinoamericani poco conosciuti da aggiungere alla propria libreria ha, con questo romanzo, un punto di partenza solido.

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